Una torcia nel buio, una stanza d’archivio piena di fascicoli, una fotografia di un UFO appesa alla parete e quella frase diventata leggendaria: “I Want to Believe”.
Il 10 settembre 1993 negli Stati Uniti andava in onda su Fox il primo episodio di The X-Files. Cominciava così una delle serie televisive più rappresentative degli anni ’90, capace di mescolare fantascienza, horror, investigazione e complotti governativi creando un’atmosfera che, ancora oggi, basta qualche secondo per riconoscere.
In Italia avremmo dovuto aspettare ancora qualche mese: X-Files arrivò su Canale 5 il 29 giugno 1994, con il primo episodio intitolato Al di là del tempo e dello spazio. La prima stagione fu trasmessa nel nostro Paese in un ordine diverso rispetto a quello originale americano.
Da quel momento, però, Mulder e Scully entrarono definitivamente anche nelle nostre case.
Mulder e Scully: due personaggi opposti che funzionavano alla perfezione
L’idea di partenza di Chris Carter era tanto semplice quanto efficace.
Fox Mulder, interpretato da David Duchovny, era un agente dell’FBI convinto dell’esistenza del paranormale e degli extraterrestri. La scomparsa della sorella durante la sua infanzia aveva alimentato una ricerca quasi ossessiva della verità.
Accanto a lui c’era Dana Scully, interpretata da Gillian Anderson: medico, scienziata e agente dell’FBI, mandata a lavorare con Mulder anche per dare una lettura razionale e scientifica alle sue indagini.
Uno voleva credere.
L’altra voleva delle prove.
Ed era proprio questo contrasto a rendere la coppia così efficace. Le loro discussioni non erano soltanto un espediente narrativo: rappresentavano le due reazioni che probabilmente aveva anche lo spettatore davanti a ciò che vedeva.
“È davvero successo qualcosa di inspiegabile oppure c’è una spiegazione?”
Con X-Files, spesso, la risposta rimaneva volutamente sospesa.
Non erano soltanto gli alieni
Quando si pensa a X-Files vengono subito in mente UFO, rapimenti extraterrestri e uomini misteriosi nascosti dietro le quinte del governo americano.
Ma la serie era molto più varia.
Mulder e Scully lavoravano sugli X-Files, casi irrisolti dell’FBI legati a fenomeni apparentemente inspiegabili: mutazioni, creature, capacità paranormali, esperimenti, apparizioni e situazioni che spesso sconfinavano apertamente nell’horror.
Accanto alla grande trama sugli extraterrestri e sulla cospirazione governativa c’erano infatti gli episodi autoconclusivi, quelli che i fan avrebbero poi definito “monster of the week”. Questa alternanza permise alla serie di costruire una mitologia molto ampia senza rinunciare al piacere di raccontare una storia completamente diversa da una settimana all’altra.
Ed è anche il motivo per cui X-Files poteva passare da un episodio quasi fantascientifico a uno decisamente inquietante nel giro di sette giorni.
Alcune puntate riuscivano davvero a mettere paura
Chi vide X-Files negli anni ’90 probabilmente ha almeno un episodio che gli è rimasto particolarmente impresso.
Già nella prima stagione arrivò Eugene Victor Tooms, il terrificante protagonista di Squeeze, in Italia Omicidi del terzo tipo: una creatura capace di allungare il proprio corpo e infilarsi praticamente ovunque.
Poi ci furono storie ambientate nei ghiacci, mutazioni, parassiti, possessioni e casi in cui la spiegazione razionale sembrava diventare sempre meno convincente.
La serie aveva trovato un equilibrio particolare: non mostrava continuamente qualcosa di spaventoso. Spesso era il contrario. Corridoi bui, silenzi, torce, rumori, boschi e dettagli lasciavano allo spettatore il compito di immaginare cosa ci fosse appena fuori dall’inquadratura.
Ed era proprio lì che X-Files funzionava meglio.
“The Truth Is Out There”
Anche le frasi della serie entrarono nella cultura pop.
“The Truth Is Out There”, la verità è là fuori, appariva alla fine della sigla ed è probabilmente ancora oggi la frase più associata a X-Files. Accanto a questa c’erano espressioni come “Trust No One” e naturalmente il famoso poster di Mulder con la scritta “I Want to Believe”.
Erano perfette per il mondo della serie: un mondo nel quale le autorità potevano nascondere qualcosa, le prove sparivano e dietro una spiegazione apparentemente semplice poteva esserci un’altra verità.
Non sorprende che X-Files sia diventata uno dei prodotti culturali che meglio raccontano certe ossessioni degli anni ’90: UFO, Area 51, complotti, misteri e quella fascinazione per tutto ciò che sembrava trovarsi al confine tra scienza e impossibile.
E in Italia, tutto cominciò nell’estate del 1994
Questo è forse il ricordo più interessante per il pubblico italiano.
Mentre negli Stati Uniti Mulder e Scully indagavano già dal settembre 1993, da noi il primo incontro avvenne il 29 giugno 1994 su Canale 5. Successivamente la serie sarebbe passata su Italia 1, che trasmise le stagioni successive a partire dall’ottobre 1995.
Perciò, quando ricordiamo il 10 settembre come compleanno di X-Files, stiamo celebrando la nascita della serie. Ma la nostra personale storia italiana con gli X-Files inizia in realtà nell’estate successiva.
E negli anni seguenti diventò sempre più difficile non sapere chi fossero quei due agenti dell’FBI.
Dal piccolo schermo al cinema
A metà anni ’90 X-Files non era più soltanto una serie per appassionati di fantascienza.
Il successo continuò a crescere e nel 1998 Mulder e Scully arrivarono anche al cinema con The X-Files: Fight the Future, un film inserito direttamente nella continuità della serie. La produzione originale televisiva sarebbe proseguita fino al 2002 per nove stagioni, prima dei successivi ritorni del franchise.
Il passaggio al cinema dice molto sulla dimensione raggiunta dal fenomeno: una serie partita nel 1993 con due agenti relegati a indagare su strani fascicoli era diventata, pochi anni dopo, uno dei simboli internazionali della televisione americana.
Un’atmosfera che appartiene agli anni ’90
Forse è proprio questo l’aspetto di X-Files che è invecchiato meglio: l’atmosfera.
Le automobili, i completi degli agenti, i cellulari dell’epoca, i computer, gli uffici dell’FBI, le fotografie stampate, gli archivi pieni di documenti e quelle indagini condotte andando fisicamente a cercare una prova contribuivano a costruire un mondo profondamente riconoscibile.
Ma soprattutto c’era il modo in cui veniva fotografata la serie: cieli grigi, pioggia, boschi, luci fredde e una sensazione costante che dietro la normalità ci fosse qualcosa che non riuscivamo ancora a vedere. La Television Academy considera proprio il tono cupo e lo stile visivo della serie tra gli elementi che hanno lasciato una forte impronta sulla televisione successiva.
33 anni dopo, la verità è ancora là fuori
Dal primo episodio del 10 settembre 1993 sono passati 33 anni.
X-Files ha avuto film, nuove stagioni, imitazioni e un’eredità enorme nella fantascienza televisiva. Ma quando pensiamo alla serie, l’immagine rimane ancora quella degli anni ’90.
Mulder che vuole credere.
Scully che cerca una spiegazione.
Una torcia accesa nel buio.
Un caso apparentemente impossibile.
E quella sensazione, alla fine della puntata, che forse non ci avessero raccontato proprio tutto.
Perché, in fondo, la verità è ancora là fuori.

