Power Rangers, il fenomeno che conquistò gli anni ’90

Il 28 agosto 1993, sulla televisione americana, andava in onda per la prima volta Mighty Morphin Power Rangers. L’episodio si chiamava Day of the Dumpster e presentava cinque ragazzi apparentemente normalissimi destinati a diventare una delle squadre di supereroi più riconoscibili degli anni ’90.

Jason, Zack, Billy, Trini e Kimberly. Cinque colori, cinque costumi, dinosauri giganteschi, arti marziali, mostri improbabili e una frase che da lì in poi sarebbe diventata immediatamente riconoscibile.

Era iniziata la Power Rangers mania.

Cinque ragazzi di Angel Grove contro Rita Repulsa

La premessa era semplicissima, ed era proprio questo uno dei suoi punti di forza.

Dopo la liberazione della malvagia Rita Repulsa, Zordon sceglie cinque adolescenti di Angel Grove per difendere la Terra. Jason diventa il Ranger Rosso, Zack il Nero, Billy il Blu, Trini il Giallo e Kimberly il Rosa. Ad aiutarli ci sono Zordon e il robot Alpha 5; ad aspettarli, invece, mostri sempre più assurdi e battaglie che quasi inevitabilmente finivano con l’arrivo degli enormi Zord e del Megazord.

La formula funzionava perché mescolava praticamente tutto ciò che poteva piacere a un bambino degli anni ’90: supereroi, combattimenti, trasformazioni, robot giganti, amicizia e una quantità considerevole di esplosioni.

E poi arrivò Tommy.

Prima Green Ranger e inizialmente avversario della squadra, poi alleato, Tommy Oliver divenne rapidamente uno dei personaggi più importanti e amati dell’intero universo Power Rangers.

Il segreto era in Giappone

Dietro ai Power Rangers c’era però un’idea produttiva decisamente particolare.

La serie americana utilizzava infatti materiale proveniente dalla produzione giapponese Super Sentai, e in particolare, per la prima stagione, da Kyōryū Sentai Zyuranger. Le sequenze con i ragazzi americani venivano realizzate appositamente negli Stati Uniti, mentre molte scene in costume, i combattimenti contro i mostri e le battaglie con i robot provenivano dal materiale giapponese.

Il risultato era un mix stranissimo sulla carta, ma sorprendentemente efficace sullo schermo.

Da bambini probabilmente non ci si faceva nemmeno caso. Si vedevano Jason e gli altri correre verso una battaglia, pronunciare la trasformazione e pochi istanti dopo comparire nei costumi colorati pronti a combattere.

Dietro quella continuità apparentemente naturale c’erano in realtà due produzioni realizzate dall’altra parte del mondo.

In Italia arrivarono nel 1994

Per noi l’appuntamento arriva pochi mesi più tardi.

Il 28 febbraio 1994 la prima stagione debutta su Italia 1 con Il ritorno di Rita Repulsa, versione italiana del primo episodio americano. In seguito la serie passa anche su Canale 5 e diventa rapidamente una presenza familiare nella programmazione per ragazzi.

La sigla italiana, cantata da Marco Destro, contribuì naturalmente a rendere il fenomeno ancora più riconoscibile nel nostro Paese.

E da lì diventava difficile sfuggirgli.

I Power Rangers erano in televisione, nei negozi di giocattoli, negli zaini, nelle figurine, nei videogiochi e soprattutto nei giochi improvvisati dei bambini, dove bastava assegnarsi un colore per trasformare un cortile qualsiasi in Angel Grove.

Il problema più importante: chi faceva il Ranger Rosso?

Ogni fenomeno degli anni ’90 aveva le proprie regole non scritte.

Con i Power Rangers ce n’era una fondamentale: scegliere il colore.

Il Rosso aveva naturalmente il fascino del leader. Il Nero era quello cool. Il Blu aveva l’intelligenza. Il Giallo e il Rosa completavano la squadra originale. Poi arrivò il Green Ranger e improvvisamente tutte le gerarchie costruite fino a quel momento andarono riviste.

Per giocare non serviva praticamente nulla. Bastava essere in cinque — o anche meno, adattandosi — e decidere chi fosse chi.

Il resto lo faceva l’immaginazione.

E poi c’erano gli Zord

Se le trasformazioni erano già abbastanza per conquistare un’intera generazione, i Power Rangers avevano ancora una carta da giocare.

Gli Zord.

Ogni Ranger aveva il proprio gigantesco mezzo da combattimento e, quando il mostro della settimana diventava inevitabilmente enorme, gli Zord potevano unirsi formando il Megazord.

Era quasi una seconda trasformazione dentro la trasformazione.

Prima i ragazzi diventavano Rangers.
Poi arrivavano gli Zord.
Poi nasceva il Megazord.

A quel punto la puntata poteva considerarsi completa.

Un fenomeno che cambiava continuamente forma

Uno degli aspetti più curiosi dei Power Rangers è che il fenomeno non rimase fermo alla prima squadra.

Durante gli anni ’90 arrivarono nuove stagioni, nuovi costumi, nuovi poteri e nuovi protagonisti. Dopo le tre stagioni Mighty Morphin arrivarono Power Rangers Zeo nel 1996, Turbo nel 1997, Power Rangers in Space nel 1998 e Lost Galaxy nel 1999.

La formula riusciva così a rinnovarsi continuamente senza perdere ciò che la rendeva riconoscibile.

Cambiavano i Rangers.
Cambiavano gli Zord.
Cambiavano i nemici.

Ma quando partiva una trasformazione, capivi immediatamente cosa stavi guardando.

Più di una serie TV

Forse il motivo per cui i Power Rangers sono rimasti così impressi è proprio questo: negli anni ’90 non erano soltanto qualcosa che si guardava.

Erano qualcosa che continuava dopo aver spento la televisione.

Il costume diventava travestimento.
Lo Zord diventava giocattolo.
La trasformazione diventava un gesto da imitare.
Una frase sentita in TV diventava parte dei giochi con gli amici.

Ed è uno dei segnali più evidenti di quando un prodotto televisivo riesce davvero a entrare nella cultura pop.

Trentatré anni dopo…

Dal 28 agosto 1993 sono passati 33 anni, e pensare che tutto sia partito da quei primi cinque adolescenti di Angel Grove fa un certo effetto.

Il franchise è cambiato decine di volte, ha attraversato generazioni diverse e ha continuato a reinventarsi. Ma per chi è cresciuto negli anni ’90, quando qualcuno dice semplicemente Power Rangers, l’immagine che torna alla mente è quasi sempre quella.

Cinque ragazzi.
Cinque colori.
Rita Repulsa.
Zordon.
Alpha 5.
E un gigantesco Megazord pronto a comparire quando la situazione si metteva male.

D’altronde, per tornare ad Angel Grove bastano ancora oggi due parole:

It’s Morphin Time!

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