Il design degli anni ’90: le icone che hanno fatto storia (e sono entrate anche nelle nostre case)

In giorni in cui Milano torna a parlare la lingua del progetto, con il Fuorisalone dal 20 al 26 aprile e il Salone del Mobile dal 21 al 26 aprile 2026, viene naturale guardarsi indietro e ricordare che anche gli anni ’90 hanno lasciato un segno fortissimo nel design.

Solo che, per molti di noi, il primo contatto con il design non è arrivato in una galleria o in un padiglione fieristico. È arrivato molto prima, tra una cameretta, una radiosveglia, un telefono trasparente, una libreria dalle forme strane o uno spremiagrumi che sembrava un oggetto venuto dal futuro.

Gli anni ’90, da questo punto di vista, hanno fatto una cosa precisa: hanno portato il design fuori dai discorsi per addetti ai lavori e lo hanno infilato nella vita di tutti i giorni. Nelle case, negli oggetti, nelle scrivanie, nelle camere da letto, perfino nell’elettronica. E ancora oggi basta vedere certe forme, certi colori o certe trasparenze per capire subito da dove arrivano.

Quando il design smetteva di essere serio

Una delle cose più riconoscibili del gusto anni ’90 è che non aveva paura di sembrare leggero, ironico, persino giocoso. Le forme si ammorbidivano, i colori si accendevano, la plastica diventava protagonista, le trasparenze facevano sembrare tutto più moderno.

In parte, questo immaginario arrivava dall’eredità del gruppo Memphis, il collettivo fondato da Ettore Sottsass e attivo tra il 1981 e il 1987, noto per colori forti, geometrie audaci e un approccio apertamente anti-rigido. Anche se il gruppo si sciolse prima degli anni ’90, il suo linguaggio visivo continuò a influenzare arredi, oggetti e cultura pop fino alla metà del decennio.

Ed è forse proprio questa la chiave migliore per capire il design di quegli anni: non cercava solo di essere bello o funzionale. Cercava anche di avere personalità.

Juicy Salif: lo spremiagrumi che sembrava una navicella

Se c’è un oggetto che rappresenta perfettamente il design pop e visionario di quel periodo, è il Juicy Salif di Philippe Starck per Alessi. La produzione è iniziata nel 1990, e ancora oggi viene presentato da Alessi come una vera icona del design industriale.

A guardarlo, sembra quasi tutto tranne che uno spremiagrumi. Ha gambe lunghe, una struttura da scultura domestica e un aspetto che lo rende immediatamente riconoscibile. È uno di quegli oggetti che raccontano benissimo lo spirito del tempo: negli anni ’90 anche un utensile da cucina poteva diventare conversazione, immagine, stile.

E in fondo era questo il bello: il design smetteva di nascondersi.

Bookworm: la libreria che sembrava muoversi

Un’altra icona fortissima di quel decennio è la Bookworm di Ron Arad, prodotta da Kartell. Diversi riferimenti la collocano nel 1994, anno in cui l’idea di Arad diventa una libreria industriale in PVC flessibile, capace di piegarsi e adattarsi allo spazio.

Era una libreria, sì, ma non assomigliava a nessuna libreria “normale”. Niente struttura rigida, niente linee classiche: Bookworm portava in casa l’idea che anche una mensola potesse diventare gesto, linea libera, segno grafico sul muro.

Ed è un esempio perfetto di quello che gli anni ’90 facevano bene: prendere un oggetto quotidiano e trasformarlo in qualcosa di molto più espressivo.

La rivoluzione trasparente

Se c’è un materiale che racconta gli anni ’90 quasi da solo, è il trasparente. O meglio: il trasparente, il traslucido, il semitrasparente colorato. Vedere dentro un oggetto dava subito l’idea di futuro.

Nel design più noto, Kartell ha poi codificato questa direzione in modo clamoroso con pezzi come La Marie, presentata come la prima sedia al mondo in policarbonato e lanciata nel 1999, e successivamente con la celebre Louis Ghost, arrivata però nel 2002.

Per questo, se parliamo davvero di anni ’90, il punto non è tanto fermarsi alla Louis Ghost quanto ricordare l’estetica che l’ha resa possibile: quella fame di leggerezza visiva, superfici brillanti, plastiche pulite e oggetti che sembravano quasi immateriali.

E qui il design “alto” incontrava quello popolare: telefoni trasparenti, penne colorate, righelli translucidi, accessori da scrivania, elettronica dalle scocche colorate. Tutto diceva la stessa cosa: il futuro, ormai, lo volevamo vedere.

Il design che entrava nelle nostre case senza chiedere permesso

La parte più bella, però, è che il design anni ’90 non è rimasto confinato alle riviste o ai negozi specializzati. È entrato davvero nelle case.

Per molti di noi, il primo contatto con il design non è stato un nome famoso, ma un oggetto preciso:
la radiosveglia con i numeri rossi,
il telefono cordless con forme tonde,
lo stereo con linee morbide,
le lampade di plastica colorata,
le mensole strane,
le sedie girevoli,
i puff,
i portapenne trasparenti.

Magari non li chiamavamo “pezzi di design”. Ma intanto ci formavano il gusto.

Le camerette degli anni ’90, da questo punto di vista, erano quasi dei piccoli laboratori estetici inconsapevoli: un mix di colori, tecnologia, superfici lucide e oggetti che provavano a sembrare moderni anche quando servivano a fare cose semplicissime.

Perché il design anni ’90 si riconosce subito

Forse perché ha avuto il coraggio di essere immediato.
Non aveva paura del colore.
Non aveva paura della plastica.
Non aveva paura delle curve.
Non aveva paura di sembrare pop.

Ed è proprio per questo che ancora oggi lo riconosciamo al volo.

Anche chi non sa nulla di design, davanti a certi oggetti o a certe linee, dice subito: “Questo è anni ’90”. Non succede con tutti i decenni. Con i ’90 sì, perché il loro linguaggio visivo è stato fortissimo, chiaro, quasi emotivo.

Design Week, ma con gli anni ’90 in testa

In una settimana in cui Milano celebra il design contemporaneo, vale la pena ricordare che anche gli anni ’90 hanno prodotto oggetti e stili capaci di lasciare il segno. Alcuni sono finiti nei musei, altri nei cataloghi, altri ancora molto più semplicemente nelle nostre case.

E forse è proprio qui che sta il punto: il design degli anni ’90 non è stato solo quello delle grandi firme. È stato anche quello delle abitudini, delle camerette, delle cucine, degli oggetti usati ogni giorno.

Forse non tutti sapevamo chiamarlo design.
Ma lo vivevamo già.

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