Il 24 agosto 1995 Microsoft lanciava Windows 95. Trentuno anni dopo, alcune delle cose introdotte quel giorno sono talmente normali che quasi non ci facciamo più caso. Il pulsante Start, la barra delle applicazioni, il Cestino, le icone sul desktop: per milioni di persone fu quello il momento in cui usare un computer cominciò a sembrare molto più semplice e familiare.
Ma Windows 95 non fu soltanto un aggiornamento del sistema operativo. Il suo arrivo fu trattato come il lancio di un vero prodotto pop: negozi aperti a mezzanotte, code per acquistarlo, una gigantesca campagna pubblicitaria e persino i Rolling Stones con “Start Me Up” a sottolineare quella piccola grande novità chiamata Start.
Per chi ha vissuto gli anni ’90 davanti a un enorme monitor CRT color beige, quella schermata è diventata parte del paesaggio.
Quel pulsante Start che oggi sembra scontato
Oggi è difficile immaginare Windows senza il menu Start. Nel 1995, però, era una delle grandi novità.
In basso a sinistra compariva quel pulsante con una parola semplicissima: Start. Da lì si potevano raggiungere programmi, documenti, impostazioni e spegnimento del computer. Accanto arrivava la barra delle applicazioni, che permetteva di vedere più facilmente quali programmi fossero aperti.
Windows 95 introdusse inoltre elementi diventati familiari come il Cestino e i collegamenti sul desktop, aggiunse il supporto ai nomi dei file più lunghi e migliorò l’installazione delle periferiche con il sistema Plug and Play.
Sembra preistoria informatica. In realtà, moltissime idee di quell’interfaccia sono sopravvissute per decenni.
Un lancio da rockstar
La cosa forse più incredibile, vista oggi, è l’hype che circondò l’uscita.
Windows 95 era software, ma venne presentato quasi come se fosse un nuovo album di una band mondiale. Microsoft organizzò un enorme evento nel quartier generale di Redmond, con Jay Leno tra i protagonisti, mentre in diverse parti del mondo le persone si misero in fila davanti ai negozi per acquistarlo.
E poi c’era quella scelta pubblicitaria difficilmente dimenticabile: “Start Me Up” dei Rolling Stones.
Start. Windows. Start Me Up.
Più anni ’90 di così era difficile.
La risposta del pubblico fu enorme: Microsoft dichiarò 7 milioni di copie vendute nelle prime cinque settimane.
E poi partiva QUEL suono
Prima ancora di aprire un programma c’era un momento che chi ha utilizzato Windows 95 probabilmente riesce ancora a sentire nella testa.
Il suono di avvio.
Durava pochissimo, ma era stato composto da Brian Eno, uno dei musicisti e produttori più influenti della musica contemporanea. Microsoft gli aveva chiesto qualcosa che trasmettesse una lunga serie di sensazioni — ottimismo, futuro, emozione — condensate in appena pochi secondi. Eno raccontò di aver realizzato decine di tentativi prima di arrivare al risultato definitivo.
Un dettaglio minuscolo che dice molto sull’importanza attribuita a quel lancio: persino l’accensione del computer doveva avere una propria identità.
Il computer degli anni ’90 era anche un luogo
Windows 95 coincide con un periodo in cui il PC iniziava a conquistare sempre più spazio nella quotidianità.
E quando diciamo PC anni ’90, l’immagine è abbastanza precisa.
Un case beige enorme.
Un monitor CRT ancora più enorme.
La tastiera rumorosa.
Il mouse con la pallina sotto che, prima o poi, andava pulita.
Poi c’erano i floppy disk, i CD-ROM e quella strana sensazione di avere davanti una macchina capace di fare praticamente qualsiasi cosa, anche se spesso non sapevamo bene cosa farci.
Il computer non era ancora qualcosa che ci portavamo sempre dietro. Aveva un posto preciso in casa: sulla scrivania, nello studio, in cameretta o in quell’angolo che lentamente era diventato “l’angolo del computer”.
Solitario, Campo Minato e Paint: ore perse benissimo
Naturalmente Windows non significava soltanto lavorare.
Per tantissimi il rapporto con il computer passava anche attraverso quei programmi semplicissimi che finivano per occupare molto più tempo del previsto.
C’era Solitario, con quelle carte che alla fine iniziavano a rimbalzare sullo schermo. C’era Campo Minato, che molti aprivano senza aver mai capito fino in fondo come funzionasse. E poi Paint, dove bastavano un pennello digitale, qualche forma geometrica e il secchiello del colore per sentirsi improvvisamente grafici professionisti.
Non erano grandi videogiochi e non pretendevano di esserlo. Erano semplicemente lì, dentro al computer. E proprio per questo li abbiamo usati tutti.
Internet stava bussando alla porta
Windows 95 arrivò anche nel momento in cui una parola cominciava a diventare sempre più importante: Internet.
Il Web esisteva già, naturalmente, ma nella seconda metà degli anni ’90 iniziava progressivamente ad affacciarsi nelle case di un pubblico molto più vasto. Microsoft stessa indicava la comunicazione e l’accesso alla rete come uno dei grandi temi della nuova generazione di Windows.
Da lì sarebbero arrivati il modem 56k, quel rumore incomprensibile della connessione, Internet Explorer, le prime ricerche, le chat e soprattutto la frase che poteva interrompere qualsiasi esplorazione online:
“Stacca Internet che devo telefonare.”
Il computer stava smettendo di essere soltanto una macchina su cui scrivere o giocare. Stava diventando una finestra sul mondo.
Il 24 agosto 1995 iniziava qualcosa di molto più grande
Windows 95 oggi appartiene alla storia dell’informatica, ma il motivo per cui continua a evocare così tanti ricordi va oltre le sue caratteristiche tecniche.
È legato a come utilizzavamo il computer in quegli anni.
Accenderlo era ancora un gesto preciso. Aspettavi. Compariva il logo. Partiva il suono. Arrivava il desktop. Poi decidevi cosa fare.
Magari finivi su Paint.
Magari mettevi un CD-ROM.
Magari giocavi.
Magari iniziavi lentamente a scoprire Internet.
Il 24 agosto 1995 Microsoft lanciò un sistema operativo. Ma, senza saperlo, milioni di persone stavano anche costruendo alcuni dei primi ricordi della propria vita digitale.
E se davanti alle parole “Arresta il sistema” hai appena visualizzato un vecchio monitor beige, allora probabilmente Windows 95 ha lasciato qualcosa anche a te.


